Menzioni geografiche aggiuntive del Barolo

Cosa Sono le Me.g.a.?

Menzioni Geografiche aggiuntive, è la terminologia  relativa ad una specifica zona, nel caso specifico di Barolo Docg, che si può propriamente paragonare al concetto di “Vigna” con specifiche caratteristiche come i Climat in Borgogna ovvero le parcellizazioni, più che come l’equivalente dei Cru Francesi.

Il sistema Mga venne introdotto partendo dal raccolto del 2010, ed in atto già dallo stesso anno, esso prevedeva la regolamentazione tra i diversi produttori, delimitazioni territoriali, diversificando  comune per comune, le diverse zone di coltivazione della vite, sia le più datate che le più recenti.

Ad oggi sono presenti 181 Mga ufficiali nel Barolo, di cui 11 comunali; la menzione in etichetta rappresenta per i produttori, un’origine più precisa dei vini prodotti e commercializzati, e soprattutto il vino più prestigioso della loro produzione; nel Barbaresco sono invece 66 Mga.

 

Partiamo dalle Origini

Me.g.a. Barolo

La prima generazione di Barolo, quella che fece conoscere al mondo il Barolo tannico, asciutto, destinato a lunghi invecchiamenti delle uve Nebbiolo, proveniente da zone già  estremamente limitate.

Fino agli anno ’70, la produzione prevedeva lunghissime macerazioni sulle bucce, spesso con il coinvolgimento dei raspi immersi nel mosto.

Dopo una tumultuosa fermentazione,  ed utilizzo di legno o cemento, il cappello veniva sommerso e le bucce maceravano per un periodo di 50/80 giorni, il Barolo che si otteneva richiedeva una maturazione in botti di rovere o castagno grandi, per smorzare i tannini e renderlo un vino più armonico.

Per chi esportava questi vini negli Stati Uniti, spesso utilizzava una tecnica di maturazione forzata, le damigiane venivano poste all’aperto, esposte ai raggi del sole durante l’estate, e poi alle rigide temperature invernali, il lungo viaggio in mare per arrivare negli USA faceva in modo che il vino continuasse ad affinarsi per acquisire la morbidezza necessaria per piacere ai consumatori d’oltreoceano.

All’inizio degli anni ’80, le tecniche di affinamento in cantina e cura in vigna, vengono perfezionate inserendo l’uso di pigiadiraspatrici, controllo delle temperature di fermentazione, tempi di macerazione più brevi a seconda della vendemmia, e dell’annata, l’uso di lieviti selezionati, un’attenta cura nella gestione della fermentazione malolattica, ma soprattutto l’uso attento di recipienti di media capacità in rovere di Slavonia o di origine francese.

Un uso consapevole della botte, non solo da 50 o 100 hl ma anche botti più piccole come barrique e tonneau, con la conseguenza di ottenere vini diversi che rappresentano stili e marchi distinti dagli anni precedenti.

Un vero punto di svolta arriva nel 1961 quando escono alcuni Barolo con indicate in etichetta la provenienza delle uve, seguito poi negli anni’80 dalle prime mappature delle zone più vocate: fu infatti Lorenzo Fantini uno dei primi a studiare una mappa delle sottozone, seguito da molti altri come Domizio Cavazza, o Vignolo Lutati, o ancora Renato Ratti, che pubblicò una mappa dettagliata delle sottozone di Barolo;

fino ad arrivare ai giorni nostri quando Slow food nel 1990 pubblica le “Grandi Vigne delle Langhe”.

Negli anni ’80 si sentiva l’esigenza anche di regolamentare di più i nomi usati in etichetta, e negli anni ’90 si richiede ufficialmente che questa regolamentazione venga messa in atto.

Nel 2010 si modifica cosi il disciplinare del Barolo.

I comuni avevano i loro vigneti vocati, noti comunque ormai da tempo, ma non esisteva uno strumento che regolamentasse tutta questa infinita varietà di nomi già citati in etichetta.

Alessandro Masnaghetti, chiamato anche l’uomo delle mappe, si occupa infine di mappare le zone di produzione di Barolo e Barbaresco sulla base di una differenziazione geografica.

“Quello di Barolo e Barbaresco fu un lavoro da certosino, che di fatto andò a mettere nero su bianco una distinzione che era già acquisita per tradizione”

 

La funzione delle Mga

Le Mga sono quindi una sorta di singolarità nell’Italia del vino, un modello da tenere in considerazione anche per altri terroir, che si pone al vertice di una piramide qualitativa, una base di partenza per dare un valore aggiunto alla denominazione di origine controllata e garantita.

Sono aree delimitate ufficialmente all’interno della denominazione, mappate con nomi precisi su tutto il territorio di produzione del Barolo e Barbaresco; attraverso questa mappatura i produttori vinicoli possono indicare in etichetta la menzione geografica di riferimento.

Questo serve a controllare  sia la tracciabilità delle bottiglie, ed anche il marketing e la commercializzazione, per dare un “peso” al vino non indifferente.

E’ una  sorta di autorizzazione o concessione ulteriore, che da pregio alle bottiglie soprattutto agli occhi del consumatore.

Si esalta infine il legame tra prodotto e territorio, e si ottiene la massima chiarezza in etichetta a vantaggio del consumatore stesso, al fine di far capire quali sono le zone maggiormente vocate.

 

Come viene reso quindi importante questo rapporto tra prodotto e territorio?

Si trova indicato in etichetta oltre al Comune di provenienza, il nome della Vigna da dove provengono le uve, ovvero quell’elemento distintivo indicatore di qualità.

Basandosi su una traduzione già esistente, ovvero l’indicazione delle uve di provenienza cosa che avveniva già prima dell’ufficializzazione attraverso il sistema delle menzioni geografiche aggiuntive, il sistema di regolamentazione ha funzionato perché era già un aspetto insito nel territorio di Barolo.

“Ritrovare un’identità perduta e recuperare le proprie specificità” sostiene un docente di wine management dell’università Bocconi.

 

Che differenza c’e tra Mga e le altre zone di Barolo?

Mga Barolo

Parliamo di zone vocate ma cosa significa realmente?

Sono innanzitutto le caratteristiche tecniche del vigneto, ovvero l’esposizione ideale, natura del terreno, microclima; la differenziazione delle diverse zone di produzione, inoltre questi luoghi con le loro specifiche caratteristiche, hanno raggiunto nel tempo una costanza qualitativa negli anni, ovvero costanza nei risultati produttivi, che agli occhi del consumatore ha un prezzo di uscita del prodotto più alto.

Ci si aspetta in futuro una sorta di graduatoria delle zone, non solo dei produttori, per dara una gerarchia qualitativa da valore più alto a valore più basso: una sorta di graduatoria dei terreni oltre che dei produttori, per un’ulteriore valorizzazione della Docg Barolo.

Per citare alcuni esempi in Barolo, la più grande delle Mga è Bricco San Pietro, a Monforte, circa 380 ha, mentre la più piccola a Castiglione Falletto, e’ Bricco Rocche con 1,4 ha; nel comune di Barolo parliamo di circa 2000 ha vitati, con una produzione di 13 milioni di bottiglie di cui l’80% viene destinata al mercato estero.

Nel Barbaresco, giusto per citarle, abbiamo Canova, la più grande con 158 ha, mentre Rabaja Bas la più piccola con 1,8 ha.

I vini incarnano una gamma di espressioni, filosofia di vinificazione, terroir diversi a distanza di pochi metri, e caratteristiche finali organolettiche nel bicchiere differenti; la lingua quindi utilizzata in etichetta può aiutare a definire un’idea di cosa ci si può aspettare da quel vino, di quella zona, con quelle uve di quella vigna specifica.

Attraverso dunque questi 11 nomi di comuni, come ad esempio Castiglione Falletto o Monforte d’Alba con le specifiche vigne sopra citate, si aiutano i consumatori e appassionati di Barolo ad avere più confidenza con questi nomi riconoscibili.

Mi permetto di dire che questo però non è ancora una totale garanzia, data la complessità del territorio, e di annate, non ci sarà mai una Mga omogenea per terroir, come se stesse più ai consumatori o esperti cercare i nomi dei luoghi e le caratteristiche intrinseche del territorio e di come si esprimono nel calice.

Rimane comunque la giusta direzione da percorrere per dare valore a questo territorio, con questo sistema di delineazione, che potrebbe avere come obiettivo finale un criterio uniforme di valutazione come indicatore di qualità, soprattutto nella prospettiva di voler continuare a puntare sui mercati esteri per l’esportazione di questo eccezionale prodotto detto anche “Il Re dei Vini”.

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